di Augusto Ninni, University of Parma and IEFE, Bocconi University

Com’è noto, a Parigi nel dicembre 2015 la massima parte dei paesi del mondo ha raggiunto alla 21ma Conferenza delle Parti (COP21, nell’ambito dell’UNFCC - UN Framework Convention on Climate Change) un importantissimo accordo internazionale sulle modalità di risposta ai grandi problemi posti dal cambiamento climatico quantificando gli impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra: alla data del 7 novembre 2016 già 100 Parti avevano ratificato l’accordo, entrato in vigore lo scorso 4 novembre.

Diversi motivi rendono questo accordo storico:

a) è stata raggiunta la consapevolezza della gravità del tema: le Parti hanno concordato non solo di limitare la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi alla fine del secolo, ma anche di impegnarsi a fare di più, cioè a portare il suo incremento intorno a 1,5 gradi;

 

di Francesco Abbate (OEET) e Luciana Chiaravalli (consulente Promos)

 

Il processo d’integrazione

Come ha affermato recentemente Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, “in una sola generazione il Vietnam è passato dall’essere una delle nazioni più povere al mondo a una posizione di paese a reddito medio basso, da una forte dipendenza dai prodotti primari all’eccellenza nel campo manifatturiero, dalla stagnazione economica a un dinamismo inarrestabile”. Uno dei fattori più importanti che hanno stimolato questi notevoli successi è stata la progressiva integrazione del Paese nell’economia mondiale e regionale negli ultimi 30 anni. Questo inserimento è il frutto di un’incisiva politica di apertura ai flussi commerciali e di investimenti diretti esteri (IDE) perseguita dal governo vietnamita a livello multilaterale, regionale e bilaterale.

di Francesco Abbate e Silvia Rosina

 

Gli scambi commerciali tra i Paesi dell’ASEAN e la Cina sono cresciuti enormemente negli ultimi anni. Quali sono le cause principale di questa tendenza? Qual è stato il contributo delle varie nazioni del Sud-est asiatico a tale espansione? Quali sono le prospettive per il prossimo futuro? Questi sono i quesiti a cui cerca di rispondere il presente articolo, dopo avere esaminato i dati disponibili per l’ASEAN nel suo complesso e per i singoli Paesi.

di Marta Marson, Università degli Studi di Pavia, Università degli Studi dell’Insubria.

 

La presenza cinese in Africa ha radici profonde che, per limitarsi alla storia contemporanea,  risalgono agli anni ‘50 e ‘60 del 900, con il supporto ai nuovi stati nazionalisti e socialisti e poi più ampio, dagli anni ’70 per ottenere voti alle Nazioni Unite e in funzione anti Taiwan. Dal 2000 però hanno raggiunto dimensioni notevoli e attirato crescente attenzione una serie di processi legati alla presenza cinese in Africa ed all’aumento dei flussi economici e finanziari connessi. La classificazione di tali flussi in termini di aiuti pubblici e investimenti privati non è facile, sia per il ruolo preminente dello stato cinese nel’economia, sia per l’approccio poco ortodosso della Cina rispetto agli standard elaborati dai donatori tradizionali. 

 

di Francesco Abbate e Marco Musso

Il Myanmar sta attraversando un momento epocale del suo percorso di sviluppo, come dimostrano le grandi trasformazioni e le riforme politiche ed economiche intraprese con la costituzione di un governo semi-civile nel 2011. Dopo cinquant’anni di isolamento politico ed economico, il Paese è in via di transizione da una economia dirigista chiusa ad una economia di mercato aperta. Questo processo di liberalizzazione e di apertura verso l’economia globale è il risultato di ambiziose riforme in campo fiscale, monetario, bancario e valutario così come nella sfera del commercio internazionale e degli investimenti esteri.

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