di Augusto Ninni, University of Parma and IEFE, Bocconi University

Com’è noto, a Parigi nel dicembre 2015 la massima parte dei paesi del mondo ha raggiunto alla 21ma Conferenza delle Parti (COP21, nell’ambito dell’UNFCC - UN Framework Convention on Climate Change) un importantissimo accordo internazionale sulle modalità di risposta ai grandi problemi posti dal cambiamento climatico quantificando gli impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra: alla data del 7 novembre 2016 già 100 Parti avevano ratificato l’accordo, entrato in vigore lo scorso 4 novembre.

Diversi motivi rendono questo accordo storico:

a) è stata raggiunta la consapevolezza della gravità del tema: le Parti hanno concordato non solo di limitare la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi alla fine del secolo, ma anche di impegnarsi a fare di più, cioè a portare il suo incremento intorno a 1,5 gradi;


b) si è registrato un deciso cambiamento nel modello di sviluppo: le Parti si sono accordate per una crescita a zero emissioni di GHG (gas climalteranti) nella seconda parte del secolo;
c) si è riconosciuta l’importanza economica dell’adattamento delle condizioni di vita e di attività produttiva dei singoli paesi al cambiamento climatico, considerato parzialmente inevitabile, oltre che alla mitigazione dello stesso.

Infine, è stato adottato un approccio bottom-up: ognuna delle Parti (sviluppata o in via di sviluppo) ha dichiarato i propri obiettivi di diminuzione del tasso di crescita delle emissioni (o addirittura di riduzione delle stesse) al 2030, sulla base delle proprie capacità /o richiedendo l’aiuto internazionale, all’interno di propri INDC (Intended Nationally Distributed Contributions), inviati prima che la Conferenza avesse luogo.

Da dove si è partiti e significato per l’ASEAN

Nel 2012, secondo i dati più recenti forniti dal World Resource Institute (WRI), l’area ASEAN nella sua interezza (10 paesi membri) contava sul totale mondiale per l’8,6 % in termini di popolazione, ma per il 5,6 % in termini di PIL a parità di potere d’acquisto e per il 4,6 % in termini di emissioni di gas climalteranti. Questo significa un minor livello di reddito pro capite (pc) dell’area ASEAN rispetto alla media mondiale, e un ancor minore livello di emissioni pro capite.
Non a caso, dal 1990 al 2012 l’ammontare delle emissioni di gas climalteranti è aumentato nell’area ASEAN di più rispetto alla media mondiale – il Vietnam è stato il Paese in cui le emissioni sono cresciute di più – e per giunta questa dinamica incrementativa ha riguardato tutti i paesi dell’area, incluso Singapore che è paese di elevata terziarizzazione e con un reddito pro capite più del doppio di quello italiano. Non si è cioè avverato quel processo verificatosi in molti Paesi europei e in Cina in cui – complice anche la recessione– negli ultimi anni si è assistito a una diminuzione assoluta delle emissioni, (nel grafico sottostante, a titolo di confronto, è illustrata la performance italiana).

 

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Se raffrontate con la dinamica della popolazione, il quadro si mostra ancora più composito dato che il trend medio delle emissioni pro-capite è
- fortemente crescente, e con andamento continuo, per Malaysia, Indonesia, Thailandia e Vietnam;
- leggermente crescente, con andamento continuo, per Filippine, Cambogia, Laos e Myanmar;
- decrescente dall’inizio del secolo attuale, ma con oscillazioni congiunturali, per Singapore.
Conviene infine escludere Brunei che, in quanto Paese esportatore di idrocarburi, ha emissioni pro-capite particolarmente elevate (48,6 tonnellate di equivalente CO2 nel 2012 contro le 7,8 dell’Italia).

 

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Gli impegni presi alla Conferenza di Parigi

La valutazione degli impegni presi nell’ambito della Conferenza di Parigi tramite gli INDC dai “grandi” Paesi ASEAN (per le loro ridotte dimensioni, e quindi la limitatezza delle emissioni, non si prendono in considerazione né Brunei né Singapore) va quindi effettuata tramite il confronto con le performance passate e con alcune caratteristiche strutturali della loro offerta di energia primaria. In media l’energia conta circa per i due terzi delle emissioni di gas climalteranti e dato che il consumo nei trasporti (con la sola eccezione delle ferrovie) è per il momento tecnologicamente riservato al petrolio e ai suoi derivati, la variabile maggiormente significativa è la composizione della generazione elettrica.
Come si può vedere dalla tabella seguente, già dall’inizio di questo secolo tutti i grandi Paesi dell’area avevano ridotto l’intensità delle emissioni di gas climalteranti rispetto al PIL, con la significativa eccezione del Vietnam, Paese che ha perseguito uno sviluppo più energy intensive, oltre che più accelerato, dovendo partire da livelli di reddito pro capite più bassi (solo per tre Paesi ASEAN esiste una valutazione approfondita della coerenza dei loro target con le azioni proposte: i casi approfonditi sono le Filippine -giudizio “medio” -, Singapore e Indonesia - giudizio “inadeguato”). Pertanto il processo della riduzione dell’entità dell’intensità delle emissioni rispetto al PIL già avviato: è possibile quindi che questi Paesi, come altri, abbiano voluto segnalare una tendenza già in atto. Bisogna però considerare che contrariamente a quanto avviene in altri Paesi tra cui Cina e India, in questi documenti abbastanza spesso non viene quantificato lo scenario BAU (Business As Usual) e quindi l’entità della riduzione.

 

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Nel caso della più elevata riduzione, segnalata da un INDC, dell’intensità delle emissioni rispetto allo  scenario abituale, quella delle Filippine, è stato però già rilevato che tale calo richiede probabilmente  l’adozione di politiche addizionali, e che potrebbe difficilmente essere raggiunto se effettivamente verranno approntate, come è stato ufficialmente annunciato, nuove centrali a carbone. Questo aspetto solleva un problema ulteriore, ben illustrato nella tabella che segue, ovvero la composizione della generazione elettrica.

 

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Energia, ambiente, strategia

Come si può infatti notare, per parecchi Paesi del Sud-est asiatico l’incidenza delle energie rinnovabili è rilevante, ma finora soprattutto grazie all’energia idroelettrica, senza il cui apporto il peso effettivo delle rinnovabili nella generazione elettrica è molto contenuto. In alcuni casi, come nei Paesi del Mekong, un’espansione di questa fonte pulita incontra anche ostacoli di carattere strategico che potrebbero quindi comportare, nel caso di grandi impianti lungo il corso principale del Mekong, un maggior ricorso alla fonte energetica di cui questi Paesi sono mediamente più ricchi, ovvero il carbone, il cui utilizzo ha ricadute inquinanti decisamente più elevate. Tralasciando il necessario apporto dell’efficienza energetica – in cui il ruolo del capitale e soprattutto della tecnologia dei Paesi occidentali è rilevante – anche la disponibilità di una fonte energetica contemporaneamente inquinante e domestica come il carbone non comporta necessariamente un suo maggior utilizzo in futuro nelle centrali elettriche. Lo insegna la strategia, da poco lanciata, degli Emirati Arabi Uniti di ricorrere alle rinnovabili per la generazione interna, lasciando al petrolio il ruolo di merce per l’esportazione. Dati però i costi di capitale e le tecnologie coinvolte nello sviluppo di energie rinnovabili come fotovoltaico ed eolico, il ruolo dei Paesi occidentali per aiutare i Paesi ASEAN a raggiungere gli obiettivi fissati diventa in questo senso ancora più importante.

 

*Questo articolo è stato pubblicato nella rivista RISE (Relazioni Internazionali e International political economy del Sud-Est asiatico), numero 4, novembre 2016.

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