di Alberto Magro (Laureato presso l’Università di Torino)

 

La Cina come oggetto di studio per le teorie degli investimenti diretti esteri offre un importante esempio di come un approccio basato sulle vecchie teorie necessiti nuovi sviluppi e ripensamenti. Fino a tempi recentissimi il flusso degli Investimenti Diretti Esteri (IDE) è stato analizzato secondo le traiettorie Nord-Nord e Nord-Sud del mondo, a partire dalle teorie del commercio internazionale di inizio Novecento, in particolare il modello elaborato dagli economisti svedesi Heckscher e Holin ed implementato dall’americano Samuelson (il cosiddetto Teorema HOS). Successivamente, sono state elaborate nuove teorie nella seconda metà del secolo, tra le quali ricordiamo la Teoria del vantaggio monopolistico di Stephen Hymer, la Teoria del Ciclo di vita del prodotto di Raymond Vernon, la Teoria dell’Internalizzazione di Buckley e Casson, il Paradigma eclettico di John Dunning fino ai più recenti sviluppi con l’elaborazione delle teorie degli investimenti diretti esteri Verticali ed Orizzontali.

Ma come spiegare, invece, il flusso Sud-Nord degli IDE?

by Julien Vercueil, CREE – INALCO (France) 

 

The use of the term of “emerging economies” has been much debated during the last couple of years. This is partly because it has been seen as a fuzzy concept, even if there have been some attempts to define it in economic terms with a satisfactory level of precision (Saccone, 2016 Vercueil, 2016); and partly, because it encompasses countries that, since the inception of the global financial crisis in 2008, are experiencing diverging trajectories, some of them (Russia and Brazil for instance, South Africa to a lesser extent) having registered practically no cumulative growth since the end of 2007 (Figure 1).

di Arianna Alessia Armao (Laureata presso l'Università di Torino)

Il seguente contributo è una sintesi della tesi di laurea della Dott.ssa Armao e vuole inaugurare la serie "Students' points of view", che raccoglierà gli abstract di acune delle migliori tesi di laurea aventi come oggetto di indagine le economie emergenti. 

L’immagine scintillante e movimentata che le strade di Seoul, gremite di turisti e consumatori, ci restituiscono da più di un ventennio affonda le sue radici in una storia complessa e per molti versi travagliata. La Repubblica di Corea, che oggi figura tra i principali competitor nel campo dell’alta tecnologia, ha visto consolidarsi le sue dinamiche di sviluppo intorno i resti della dominazione giapponese e degli sconvolgimenti successivi alla seconda guerra mondiale. L’impianto dirigista e sviluppista instaurato durante gli anni della ricostruzione ha reso le istituzioni statali il principale attore responsabile del decollo economico sudcoreano.

di Vittorio Valli

 1. LE TRASFORMAZIONI DELL’ECONOMIA

Può stupire il fatto che, in termini di dimensione economica complessiva, misurata dal PIL totale in parità di potere d’acquisto, l’Indonesia sia già giunta a essere nel 2015 l’ottava potenza economica del mondo, avendo superato il Regno Unito, la Francia e l’Italia, scesa alla 12° posizione mondiale (vedi la tabella sottostante). Nel 2015 l’Indonesia aveva il 15,8 % del PIL statunitense, un livello di oltre il 30% superiore a quello dell’Italia.

Naturalmente ciò è in parte dovuto all’enorme e crescente popolazione Indonesiana, la quarta del mondo, dopo Cina, India e USA, che ha superato nel 2016 i 260 milioni di abitanti.

Tuttavia, ancora più importante per spiegare l’impetuosa crescita delle dimensioni economiche del Paese, è stata la forte ascesa in Indonesia, negli anni 2000, dell’industria, di alcuni servizi moderni e del PIL pro capite, che è salito dal’ 12,7 % del PIL pro capite USA nel 2000 al 20,2% nel 2015 (vedi tabella 1).

di Augusto Ninni, University of Parma and IEFE, Bocconi University

Com’è noto, a Parigi nel dicembre 2015 la massima parte dei paesi del mondo ha raggiunto alla 21ma Conferenza delle Parti (COP21, nell’ambito dell’UNFCC - UN Framework Convention on Climate Change) un importantissimo accordo internazionale sulle modalità di risposta ai grandi problemi posti dal cambiamento climatico quantificando gli impegni per la riduzione delle emissioni di gas serra: alla data del 7 novembre 2016 già 100 Parti avevano ratificato l’accordo, entrato in vigore lo scorso 4 novembre.

Diversi motivi rendono questo accordo storico:

a) è stata raggiunta la consapevolezza della gravità del tema: le Parti hanno concordato non solo di limitare la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi alla fine del secolo, ma anche di impegnarsi a fare di più, cioè a portare il suo incremento intorno a 1,5 gradi;

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